Post in evidenza

Riflessioni minime sul processo di insegnamento/apprendimento.

Ogni esperienza riceve qualcosa da quelle che l’hanno preceduta e modifica in qualche modo la qualità di quelle che seguiranno.”

J. Dewey, Esperienza e educazione, 1993

In termini logici, il sistema non può essere compreso se non includendovi l’ambiente circostante, che gli è al tempo stesso intimo ed estraneo e ne fa parte pur restandogli esterno.”

E. Morin, Introduzione al pensiero complesso, tr. it. 1993

L’abbiamo visto anche noi che con loro la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si perde loro, la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati.

Scuola di Barbiana, Lettera ad una professoressa, 1967

L’insegnante ricercatore.

Uno dei momenti fondamentali del processo di insegnamento/apprendimento sta nella riflessione costante sul proprio operato, sulle proprie scelte, sui metodi e gli strumenti messi in campo e, quindi, sulla reale e concreta possibilità di rivederli, di modificarli a secondo del contesto, dell’ambiente nel quale ci si trova ad interagire. Tali processi di innovazione e di cambiamento possono nascere e svilupparsi solo se si creano le occasioni reali e concrete per riflettere sulla propria pratica didattica, ossia se il docente si pone di fronte a momenti di esplicitazione della teoria a cui ha aderito, prendendo coscienza del proprio percorso di formazione, prima che di quello dei suoi discenti, e del punto a cui è arrivato.

In ognuno dei segmenti vissuti, durante il percorso, di studio, prima, e professionale, poi, ho avuto modo, e ne ho tuttora, di pormi questioni relative al processo di insegnamento/apprendimento, alla didattica, alle modalità migliori e più efficaci di formazione, educazione, comunicazione e di “trasmissione”, avendo avuto la possibilità di sperimentare sul campo metodologie differenti con ragazze e ragazzi di età estremamente variabile (dagli undici ai ventitrè anni), dalle scuole secondarie di primo grado all’università stessa.

Sono stata costretta, quindi, sin dal mio primo incarico di supplenza a tempo determinato sulla A052, a cercare di analizzare e di riflettere sulle mie modalità di comunicazione e di elaborazione del sapere, dovendo quotidianamente affrontare situazioni e sessioni di apprendimento stimolanti , sì , ma anche complesse, durante le quali ho potuto chiarire a me stessa, prima di tutto, la mia idea di “apprendimento” e di “formazione”, per poi ideare strategie efficaci per gli utenti a cui mi rivolgevo di volta in volta.

Arrivata a questo punto del mio percorso,posso affermare con una certa serenità che sempre di più considero la professione dell’insegnante estremamente affine a quella del ricercatore ( non è un caso, infatti, che si parli di ricerca-azione riferendosi al processo di insegnamento/apprendimento attuale e che a questa metodologia pedagogico-didattica si rimandi costantemente in tutti i documenti del MIUR redatti negli ultimi dieci anni almeno) che opera, per definizione, una continua e costante azione e rivisitazione della sua pratica professionale, che è costantemente in grado di “mettersi in discussione”, sapendo monitorare efficacemente il proprio percorso, rivisitandone le tappe a ritroso e validandone i risultati.

Complessità dei sistemi e provvisorietà dei saperi.

Ciò che temo di più, da sempre e per formazione, è la cristallizzazione di un metodo ( che è, poi, cristallizzazione del sé), è l’idea di aver conseguito un’esperienza, una competenza tale da ritenermi infallibile e, quindi, immodificabile nelle mie strategie. Quanto spesso ci si paludi dietro queste affermazioni lo sa benissimo chi ha anni di professione alle spalle! Frasi come “Io ho il mio metodo”, “Mi sono sempre trovato/a bene così”, “Questo è il mio modo di insegnare, punto.” non sono affatto espressione della tanto sbandierata libertà di insegnamento, sancita e resa inviolabile dalla nostra amata Costituzione, queste affermazioni sono la sua negazione, poiché escludono, anzi rifiutano, la possibilità di modificare se stessi di fronte ad un mondo che è in continua modificazione e trasformazione. Ciò facendo, negano a molti studenti la possibilità di formarsi e violano il loro diritto alla formazione ed all’educazione.

Non esistono modelli immodificabili perché non esiste nulla, in noi e nel sistema in cui viviamo, che non si trasformi e che, spesso, non venga addirittura sconvolto. Una cosa è aderire alla trama epistemologica di una disciplina, altra è ritenere il proprio stile di insegnamento fissato e definitivo. Come si può tener fede ai principi disciplinari, essi stessi basati sul cambiamento e sulla provvisorietà dei saperi, quando non si accetta, poi, l’eventualità di un proprio cambiamento, a seconda del contesto, dei bisogni formativi, delle esperienze degli alunni che si incontrano nel nostro percorso?

E’ come affermare pervicacemente che Copernico avrebbe dovuto accettare la teoria tolemaica e non metterla in discussione! O che il metodo empirico non avrebbe mai dovuto assurgere alla dignità dovuta poiché i testi teorici ne negavano il valore e così via…

La consapevolezza, ormai acquisita, di vivere in un sistema complesso[1], a sua volta composto da un numero incalcolabile di macro e micro sistemi in continuo cambiamento/adattamento, mi ha portata a farmi l’idea di un’incertezza latente e possibile anche nelle stesse azioni formative, incertezza che mi stimola, giorno dopo giorno, a considerare ogni azione come un evento a sé, unico ed irripetibile ed a ridiscutere, in chiave autocritica ed auto valutativa, l’attività di docente.

Se è vero che la formazione è ormai definita, nell’epistemologia evoluzionista, come una disponibilità al cambiamento che consente ad un organismo vivente di mantenere la propria autonomia e, quindi, di sopravvivere, in ambienti diversi e dinamici, allora ne consegue che ci sia la necessità, per l’organismo stesso, di possedere o “formare” una capacità cognitiva che consenta una reattività immediata ad una grande varietà di situazioni.

Il processo bilaterale di insegnamento/apprendimento.

Questo è, nella sostanza, il vero punto. Insegnare non è semplicemente trasmettere dei contenuti, non è conoscere la propria disciplina, che non è mai avulsa dal sistema delle conoscenze e delle esperienze dell’individuo stesso. Insegnare è un processo bilaterale che prevede e implica un rapporto di interscambio tra colui che, formando, si modifica e colui che , apprendendo, si forma.

Insegnare è un far emergere reciproco, un processo, mai uguale, di coevoluzione che implica un cambiamento in entrambe gli attori.

D’altra parte la stessa parola “conoscenza” ha la sua etimologia nel verbo latino cum gnoscere, ossia conoscere insieme, ed è, quindi, per sue stessa natura, una co-formazione in cui si prevede un’apertura al cambiamento, una conoscenza del proprio rapporto con il sapere e dei suoi stessi limiti, della sua stessa provvisorietà.

Se ci si pone di fronte a questo processo con mente aperta e disposta alla mutazione, con la chiara consapevolezza che nulla è definitivo, nemmeno il nostro sapere, e che il contesto e l’esperienza sono elementi fondamentali e imprescindibili della nostra attività di docenti, si gettano le basi per un insegnamento efficace e autentico.

I tempi, ormai lontani, delle certezze della conoscenza sono finiti, se mai c’è stato un tempo in cui tali certezze hanno avuto un valore. I nostri nuovi orizzonti sono fatti di complessità e di cambiamenti continui.

Tutto ciò potrà fare anche paura, più semplice sarebbe rinchiudersi nelle presunte certezze delle nostre discipline e procedere senza mai interrogarsi su di esse, ma un cambio di rotta è necessario e doveroso .E’ in quest’ottica che ho deciso di dar vita a questo blog, certamente non per porre me stessa come esempio, ma al fine di riflettere, e ancora riflettere, su cosa voglia dire essere insegnanti nella scuola di oggi, su quale sia l’approccio mentale che un docente debba assumere, su quali siano gli strumenti necessari da acquisire e quali i rischi, sempre presenti, da evitare nella propria pratica.

[continua…]

e.m.m.


[1]     Cf. M.M. Waldrop, Complexity.The Emergeing Science at the Edge of Order and Chaos, New York 1992;J. Hodder, Leggere il passato, Torino 1992;E. Morin, Introduzione al pensiero complesso, Milano 1993;in riferimento ai processi di apprendimento ed ai modelli di formazione di grande interesse è stato M.R.Strollo, Prospettiva sistemica e modelli di formazione, Napoli 2003.